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Cucina & Tradizione

Le Ricette Che Svaniscono: Viaggio tra le Cucine delle Nonne Italiane Prima Che Sia Troppo Tardi

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Le Ricette Che Svaniscono: Viaggio tra le Cucine delle Nonne Italiane Prima Che Sia Troppo Tardi

Photo: Italian grandmother cooking traditional recipe kitchen rustic, via images.stockcake.com

Nella cucina di Assunta, 84 anni, a Benevento, il tempo sembra scorrere diversamente. Le mani si muovono con una sicurezza che non ha bisogno di ricettari, le dosi si misurano con il palmo aperto, e il sugo sobbolle da ore con quella pazienza che le generazioni più giovani faticano a trovare. Assunta prepara la genovese — non quella ligure con il pesto, attenzione, ma la versione napoletana, un ragù di cipolle che richiede ore di cottura lenta — come faceva sua madre, e la madre di sua madre prima ancora.

«Non ho mai scritto niente», dice, scrollando le spalle come se fosse ovvio. «Lo so e basta. Ce l'ho qui», e si tocca il petto, vicino al cuore.

Il problema è che quel sapere, custodito in modo così intimo e corporeo, rischia di sparire con lei.

Un Patrimonio Invisibile in Pericolo

L'Italia è giustamente famosa per la sua cucina. Ma quando parliamo di cucina italiana, spesso ci riferiamo a un insieme di piatti già canonizzati, quelli che troviamo nei ristoranti o sulle copertine dei libri di ricette. Quello che invece sta lentamente scomparendo è il livello più profondo e più autentico: la cucina domestica regionale, iper-locale, legata a tradizioni familiari specifiche che non hanno mai trovato spazio nei menu stellati.

Stiamo parlando di piatti che cambiano da paese a paese, a volte da quartiere a quartiere. Il macco di fave siciliano che ogni famiglia prepara in modo leggermente diverso. I cjarsons carnici, ravioli dolce-salati della Carnia, che esistono in decine di varianti e che quasi nessuno dei trentenni di oggi sa cucinare. La pinza veneta, dolce povero delle feste, che rischia di diventare un ricordo sbiadito.

Secondo alcune stime culturali, ogni anno in Italia si perdono decine di ricette tradizionali semplicemente perché nessuno le ha tramandate.

Le Custodi del Sapore

Abbiamo percorso alcune delle strade meno battute d'Italia per incontrare le donne — e qualche uomo — che tengono vivo questo patrimonio.

A Palermo, in un appartamento al terzo piano con vista sui tetti, Carmela, 79 anni, ci mostra come si prepara la 'mpanata, un rustico di agnello e verdure che si faceva tradizionalmente a Pasqua. «Mia figlia non ha mai voluto imparare», dice con una punta di tristezza che cerca di nascondere. «Adesso mia nipote mi chiede di insegnarglielo. Meno male che ha aspettato in tempo.»

In Calabria, in un piccolo borgo dell'Aspromonte, incontriamo invece Rosaria, 71 anni, che ogni autunno prepara la 'nduja secondo una ricetta di famiglia che risale almeno a tre generazioni. Non usa bilance, non usa timer. «Quando ha il colore giusto, lo sai», spiega, indicando il salume appeso ad asciugare. «Non te lo posso spiegare meglio di così. Devi vederlo, devi sentirlo.»

È proprio questo il nodo del problema: molte di queste conoscenze sono incorporate, nel senso letterale del termine. Vivono nelle mani, negli occhi, nel naso di chi le detiene. Trascriverle è possibile, ma è come tradurre una poesia: qualcosa si perde sempre.

Chef e Ricercatori in Soccorso della Memoria

Per fortuna, non tutte le notizie sono malinconiche. Negli ultimi anni, una nuova generazione di chef e ricercatori gastronomici ha cominciato a prendere sul serio il lavoro di documentazione e recupero.

Matteo Greco, chef trentaduenne di origini pugliesi che ha aperto una piccola osteria a Bari Vecchia, ha trasformato il suo locale in un vero archivio vivente della cucina barese. «Vado a casa delle anziane del quartiere con un taccuino e un registratore», racconta. «Le ascolto per ore. Poi torno in cucina e cerco di riprodurre quello che mi hanno descritto. È un lavoro di archeologia, quasi.»

Allo stesso modo, progetti come banche dati di ricette regionali, archivi sonori di storie culinarie e laboratori intergenerazionali stanno nascendo in tutta Italia, spesso grazie a iniziative locali o universitarie. Non fanno rumore, ma fanno un lavoro preziosissimo.

Il Cibo Come Identità

C'è qualcosa di profondamente identitario nel cibo delle nonne. Non si tratta solo di nutrimento, né di nostalgia romantica. Si tratta di sapere chi siamo, da dove veniamo, quali sapori ci hanno formato.

Lo sa bene Giulia, 35 anni, designer milanese di origine calabrese, che durante il lockdown ha chiamato sua nonna ogni settimana per farsi dettare le ricette di famiglia. «Non avevo mai cucinato la pitta 'mpigliata in vita mia», confessa. «Ci ho messo tre tentativi, e non è venuta come la sua. Ma nel processo ho scoperto cose su mia nonna che non sapevo. Mi ha raccontato della guerra, di come si cucinavano queste cose con quello che c'era. Il cibo era diventato una porta.»

È esattamente questo che rende la cucina tradizionale qualcosa di più di un semplice insieme di tecniche: è memoria incarnata, storia familiare, appartenenza.

Come Possiamo Fare la Nostra Parte

Non bisogna essere chef professionisti né etnografi per contribuire alla preservazione di questo patrimonio. Ci sono gesti semplici, alla portata di chiunque:

Prima Che Sia Troppo Tardi

Assunta, a Benevento, ha accettato di insegnare la sua genovese alla nipote ventenne. Ci vorrà del tempo, e forse non verrà mai perfetta come la sua. Ma il gesto conta.

«Le ricette non sono mie», dice mentre mescola il sugo con un cucchiaio di legno consumato dagli anni. «Le ho ricevute in prestito. Le devo restituire.»

Ecco forse il modo più bello di pensare a questo patrimonio culinario: non come qualcosa che possediamo, ma come qualcosa che custodiamo per chi verrà dopo. Un prestito di sapori, di storie, di identità.

E noi, qui da Ciao Felicia, vogliamo fare la nostra parte: raccogliere queste storie, onorarle, e restituirle a voi — perché anche voi possiate, a vostra volta, passarle avanti.

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